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Top ten Artists

Ecco a voi gli artisti che hanno avuto le performance migliori nel 2013 1 Andy Warhol $585,288,283 USD 2 Pablo Picasso $558,573,721 USD 3 Gerhard Richter $166,587,189 USD 4 Claude Monet $155,882,401 USD 5 Roy Lichtenstein $132,774,752 USD 6 Henri Matisse $130,778,869 USD 7 Francis Bacon $128,852,003 USD 8 Amedeo Modigliani $111,096,945 USD 9 Jean-Michel Basquiat $106,321,559 USD 10Mark Rothko $105,954,786 USD

Salvatore Emblema in mostra a New York

Gentili Amici e Collezionisti, Di seguito il Comunicato Stampa della la prossima Mostra alla Galleria Bosi Contemporary di New York. Si tratta di una Galleria che ormai da alcuni anni sta lavorando egregiamente nel Lower East Side di Manhattan, il quartiere culturale più effervescente della Grande Mela. La collaborazione con il Gallerista Sandro Bosi non è recente. E L'apprezzamento mio e della mia famiglia verso il suo lavoro è nato con un aneddoto strano ma significativo. Vorrei raccontarvelo brevemente... Eravamo nel 2007 ed io ero in giro per gallerie, a Roma. Mi imbatto in due splendide opere di Emblema in una vetrina di Via Margutta. Entro, senza dire chi ero e chiedo il prezzo. Il gallerista, premettendo che lui a quelle due opere ci teneva come fossero sue, me lo dice: è un prezzo alto. Io gli dico che quella cifra mi sembra esagerata, data l'attuale situazione di mercato dell'artista. Obbietto che in Tv e nelle aste si vendono Emblema per molto meno, e non lo reputavo un buon investimento (...in realtà facevo l'avvocato del Diavolo). Il gallerista mi risponde che lui, a quei quadri, dava il prezzo che riteneva giusto, per un artista di indiscusso valore storico e con grandi prospettive di rivalutazione. Perciò non sarebbe sceso oltre un canonico sconto di cortesia. Aggiunse anche -ma con molto tatto- che se non capivo quanto importante fosse Emblema, forse era meglio che compravo altro o da altre parti. Io, lo guardai perplesso ( e lo veniva a dire a me?) . Me ne andai senza aggiungere altro e gli augurai buona fortuna. Quel Gallerista romano era Sandro Bosi e di lì a poco avrebbe aperto una nuova sede espositiva a New York, che andava ad aggiungersi alle altre basi di Roma, Londra e Belgrado. Ma sinceramente, all'epoca, non immaginavo che ci saremmo incontrati ancora. Invece Oggi, dopo esserci ufficilamente presentati alla Biennale del 2009, collaborato per il restauro di quelle due magnifiche tele, che poi sono andate nella sua collezione privata, lavoriamo assieme, a New York. Per Inaugurare una mostra di Emblema che sancisce, dopo Los Angeles, la definitiva entrata nell'artista nel mercato Statunitense. La vita è strana... ma come dice mia nonna, alla fine le cose che devono succedere, succedono. Già parlano della Mostra su Wall Street International: http://www.wsimagazine.com/uk/diaries/agenda/arti/salvatore-emblema-transparency_20131031143949.html#.UnkEwXAyLDU .

Lo stato dell'arte di oggi? Lo spiegò Guttuso 50 anni fa

Negli articoli del maestro siciliano il ritratto del conformismo intellettuale: schierarsi per convenienza, l'avversione verso il figurativo, l'ottusa esterofilia E non fu un compitino, ma un testo già adulto, quello sul futurista Pippo Rizzo. Durante il ventennio il giovane Guttuso collaborò a testate importanti come Primato, creatura del ministro Bottai, con interventi di rilievo svolti con un'incredibile sicurezza di sé che lo portava a polemizzare anche con amici e maestri. Senza pagare l'immodestia con la terra bruciata, come accadrebbe ora nel mondo permaloso e mafioso dell'arte, anzi crescendo sempre più nella considerazione generale. Negli articoli raccolti da Bompiani in questo piccolo monumento (quasi duemila pagine, euro 50) intitolato semplicemente Scritti stupisce il livello di un dibattito culturale che adesso ce lo possiamo sognare, e la grande libertà di giudizio. Ma non erano i tempi del feroce regime? Probabilmente negli Anni Trenta bastava dichiararsi fascisti così come negli anni Cinquanta bastava dichiararsi comunisti, e poi si poteva dire e fare ciò che si voleva. Certo, il pedaggio dell'adulazione era pesante: «La nostra gioia più forte è l'accorgerci ogni istante di andare con Mussolini troppo d'accordo», affermava Guttuso nel 1934. Mentre in seguito, mutando colore ma non atteggiamento, scriveva con mille riverenze «il compagno Tortorella» (responsabile cultura del Pci di Berlinguer), «il compagno Sciaurov» (chi era costui?), «il compagno Napolitano» (questo invece mi sembra di conoscerlo)... Con la scaltrezza dell'artista di successo omaggiava la tirannia del momento per garantirsi la libertà. Negli anni plumbei del togliattismo, Guttuso riuscì a dribblare il realismo socialista di derivazione sovietica con argomentazioni capziose, ciò nonostante efficaci. E così a Mosca poteva prendere il Premio Lenin e a Roma le contesse, partecipare in Polonia ai congressi comunisti e in Italia alla vita mondana. Non sono così duttili, così furbini e nemmeno così alfabeti i pittori odierni, pertanto di loro resteranno bellissimi quadri ma non una riga (fra mezzo secolo, sono facile profeta, nessuna Bompiani raccoglierà le loro mail, i loro post, i loro tweet in un'antologia). E invece, a osservare bene, non è cambiato quasi niente. Tanto per cominciare le relazioni contano sempre molto, e l'artista schivo che vive ritirato oggi come allora può attaccarsi al tram. I partiti contano meno, indiscutibilmente, ma la collocazione a sinistra giova sempre. Se nel dopoguerra fosse rimasto fascista, Guttuso avrebbe faticato a diventare consigliere comunale mentre l'indefettibile ortodossia comunista gli garantì uno scranno di senatore che aggiunse prestigio al prestigio e certo non gli abbassò le quotazioni. Anche negli anni Settanta non era salutare mostrarsi conservatori, tantomeno reazionari. In occasione di un «ritorno alla pittura» (costante della scena artistica italiana, dove ogni decennio la pittura ritorna perché nessuno presta attenzione al fatto che non se n'è mai andata) un paio di critici dallo zelante conformismo progressista accusarono il genere figurativo di essere, in quanto tale, di destra. Guttuso sulle pagine dell'Espresso reagì come un leone per difendere la propria storia e l'autonomia dell'arte: «Dipingere col pennello figure umane non è, di per sé, né regressivo né progressivo». Passano i decenni e non cambia nemmeno la Biennale: nel 1953 il principe dei pittori italiani si lamenta del poco spazio riservato agli artisti italiani ed è un articolo che poteva uscire tal quale nel 2003 o a inizio 2013. E considerata la perenne esterofilia delle istituzioni preposte sono certo che potrebbe essere pubblicato, con minime variazioni, nel 2023. Senza tempo anche la ragionevole proposta di sopprimere le province, inutili fin dall'epoca in cui Berta filava, e una denuncia della cementificazione selvaggia della Sicilia che potrebbe apparire domani sul medesimo giornale, il Corriere della sera, magari a firma di Gian Antonio Stella. Più che Guttuso, nelle pagine della terza parte del libro, intitolata «Impegno civile e difesa del patrimonio artistico», sembra di sentir parlare l'Ecclesiaste: «Nihil sub sole novi». Leggendo gli articoli contro i prestiti di quadri delicati e statue inestimabili mi sono dovuto stropicciare gli occhi e controllare la firma: sembrano scritti da Tomaso Montanari, lo storico dell'arte antirenziano che però al tempo in cui si cominciava a discutere della trasportabilità dei Bronzi di Riace era poco più che un bambino. Mi stropiccio anche il cervello e così mi sovviene che negli anni della giusta indignazione guttusiana per lo sfacelo di paesaggi e musei non c'era nemmeno Berlusconi, tantomeno quel suo ministro Bondi che a un certo punto sembrò il colpevole di ogni crollo, di ogni mercimonio, di ogni insensibilità. Senza volerlo Guttuso ci ricorda che l'aggressione al patrimonio artistico italiano è storia vecchia almeno quanto la repubblica italiana.

Ecco le top Galleries Italiane, secondo Modern Painters

Le Top Galleries di livello internazionale in Italia? Sono otto. Più o meno come numero ci siamo, su questi livelli mediamente si posiziona la partecipazione tricolore alle grandi fiere d’arte globali. Il problema semmai è “quali” siano, queste otto supergalleries, e qui si abbandonano le certezze numerologiche, e si entra nel minato campo delle scelte. A farlo, in questi ultimi giorni estivi che precedono la ripresa settembrina, è la rivista inglese Modern Painters, una delle bocche di fuoco del gruppo Blouin, quello che pubblica il portale Artinfo, per capirci: e a spulciare l’elenco, se ne incontrano di belle. D’accordo, in estate i media lasciano libero sfogo a testi leggeri, dove il relativismo prende il sopravvento sull’obbiettività e sull’aderenza alla realtà, e anzi a volte “spararle grosse” sembra sia quasi una scelta editoriale, mirata a sollevare dibattiti che altrimenti resterebbero confinati sotto ombrelloni dominati dal gossip cronachistico, al massimo politico. Ma le opzioni proposte per quel che riguarda il panorama italiano paiono quantomeno curiose: anche Artribune, per vocazione, è sempre vicina all’attività di gallerie giovani ed intraprendenti, ma qui si escludono giganti riconosciuti del calibro di Continua, Franco Noero, Alfonso Artiaco o Massimo Minini… Esatto, nella lista inglese non merita considerazione neanche la multinazionale basata a San Gimignano: e non pensiate che sia stata “recuperata” fra le gallerie francesi, in virtù della sede di Le Moulin. Abbiamo verificato, non c’è (magari verrà citata come cinese per la sede di Pechino, ma la classifica asiatica non l’abbiamo trovata). Insomma, quali sono le top secondo la rivista? Brand New Gallery, Cardi Black Box, Monitor, Francesca Minini, Massimo De Carlo, Giò Marconi, Lia Rumma, Prometeo… C’è Francesca Minini, ma non il suo ancor più potente papà; c’è, su Napoli, Lia Rumma, ma non Artiaco. Insomma, qualcosa su cui discutere negli ultimi scampoli di estate. Anche voi siete del parere di Modern Painters? Anche secondo voi le otto migliori gallerie italiane sono queste?

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