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Curatela per artisti: strategia, marketing e posizionamento
Curatela personalizzata per artisti VendereQuadri presenta un nuovo servizio di curatela personalizzata per artisti, pensato per costruire un’identità artistica chiara, riconoscibile e coerente con il mercato. Non si tratta solo di ottenere visibilità, ma di sviluppare un percorso strutturato: dalla definizione del posizionamento artistico alla gestione professionale della comunicazione, fino alla costruzione di una presenza digitale capace di parlare al pubblico giusto. Attraverso il servizio di curatela per artisti, lavoriamo sulla tua identità, sui contenuti social, sulla percezione del tuo valore e sulle opportunità concrete di crescita nel mercato dell’arte. A chi è dedicato il servizio Artista emergente Per chi vuole impostare fin da subito un percorso solido, evitando una visibilità dispersiva e costruendo una posizione riconoscibile nel mercato. Artista in crescita Per chi ha già iniziato a muoversi, ma sente che il proprio lavoro non si consolida come dovrebbe e ha bisogno di una struttura più chiara. Artista già attivo Per chi desidera rafforzare il proprio posizionamento, migliorare la percezione del proprio valore e costruire una strategia commerciale e comunicativa più coerente. Su cosa lavoriamo Il percorso si sviluppa su tre pilastri fondamentali: identità artistica, mercato e visibilità. Posizionamento artistico Definiamo il tuo posto nel mercato e costruiamo gli strumenti necessari per rendere il tuo lavoro riconoscibile e professionale. Calcolo del coefficiente artistico Bio professionale e testo critico delle opere Inserimento nell’Albo degli Artisti Strutture commerciali Colleghiamo il tuo posizionamento a opportunità concrete, creando una struttura capace di portarti davvero nel mercato. Vetrina personale con opere in evidenza Intermediazione professionale e consulenti dedicati Gestione logistica e accesso al network di collezionisti Visibilità e social media management Costruiamo una presenza digitale coerente, continua e orientata verso collezionisti realmente interessati al tuo lavoro. Piano editoriale su misura Contenuti professionali tra post, stories e reel Promozione mirata tramite targettizzazione Meta Un percorso completo per far crescere il valore dell’arte La curatela personalizzata di VendereQuadri nasce per accompagnare gli artisti in un percorso concreto, fatto di metodo, continuità e strategia. L’obiettivo è costruire un’identità forte, migliorare la comunicazione e creare le condizioni per nuove opportunità commerciali e professionali. Scopri il servizio completo nella pagina dedicata alla curatela per artisti.
Come scegliere il quadro perfetto per il tuo salotto
Come scegliere un quadro per il proprio salotto Scegliere il quadro giusto per il salotto non è solo una questione estetica. Un’opera d’arte può cambiare la percezione dello spazio, rendere l’ambiente più accogliente e raccontare qualcosa del gusto di chi vive la casa. Il salotto è uno degli ambienti più importanti: è lo spazio in cui si accolgono gli ospiti, ci si rilassa e si vive buona parte della quotidianità. Per questo motivo scegliere il quadro giusto significa trovare un equilibrio tra stile, dimensioni, colori e personalità. Parti dallo stile del tuo salotto Il primo passo è osservare l’ambiente. Un salotto moderno, con linee pulite e colori neutri, si abbina molto bene a opere astratte, essenziali o contemporanee. Un ambiente più classico, invece, può essere valorizzato da composizioni figurative, paesaggi o opere dai toni più caldi. Se vuoi partire da una selezione già pensata per questo ambiente, puoi esplorare i nostri quadri per salotto. Scegli lo stile artistico più adatto Lo stile del quadro influisce molto sull’atmosfera finale. I quadri astratti sono ideali per chi cerca un effetto moderno, elegante e contemporaneo. Le opere figurative, invece, sono perfette per chi preferisce soggetti riconoscibili e una lettura più immediata dell’immagine. Anche i paesaggi possono essere una scelta interessante per il salotto, soprattutto quando si desidera creare un’atmosfera rilassante, armoniosa e naturale. Per una scelta ancora più mirata, puoi visitare anche la collezione dedicata ai quadri astratti per salotto. Valuta bene le dimensioni del quadro La dimensione è uno degli aspetti più importanti. Un quadro troppo piccolo su una parete ampia rischia di perdersi, mentre un’opera troppo grande in uno spazio ridotto può risultare eccessiva. Se la parete è sopra il divano, una buona regola è scegliere un’opera che abbia una larghezza proporzionata allo spazio disponibile. Per pareti importanti, i quadri grandi possono diventare il punto focale dell’ambiente. Per spazi più contenuti, invece, possono funzionare meglio opere medie o composizioni di più quadri. Colori: armonia o contrasto? Quando scegli un quadro per il salotto puoi seguire due strade: creare armonia oppure cercare contrasto. Se desideri un effetto elegante e rilassante, scegli colori vicini alla palette dell’ambiente. Se invece vuoi dare carattere alla stanza, puoi puntare su un’opera con colori più decisi, capace di diventare protagonista della parete. In un salotto dai toni neutri, un quadro contemporaneo può aggiungere profondità e personalità senza appesantire l’ambiente. Definisci il budget Il budget aiuta a orientare la scelta, ma non deve essere vissuto come un limite. Esistono opere interessanti in diverse fasce di prezzo, dalle soluzioni più accessibili fino alle opere di maggiore valore artistico. Per iniziare puoi esplorare i quadri sotto 500€. Se cerchi opere più strutturate, puoi valutare anche i quadri sotto 1000€ o i quadri sotto 2000€. Non scegliere solo in base all’arredamento Un errore comune è scegliere un quadro solo perché “sta bene con il divano”. L’abbinamento con l’arredamento è importante, ma un’opera dovrebbe anche trasmettere qualcosa, creare emozione e rappresentare il gusto personale di chi la sceglie. Il quadro giusto è quello che riesce a dialogare con lo spazio, ma anche con chi lo osserva ogni giorno. Conclusione Scegliere un quadro per il salotto significa trovare il giusto equilibrio tra estetica, dimensione, colore e personalità. Un’opera ben scelta può trasformare l’ambiente, rendendolo più elegante, accogliente e distintivo. Se vuoi iniziare la tua ricerca, puoi partire dalla collezione di quadri per salotto oppure esplorare tutte le opere disponibili su VendereQuadri.
La curiosa storia di Vivian Maier
Una tata, una Rolleiflex e centomila negativi dimenticati in un magazzino. La storia più strana della fotografia del Novecento e le domande che ancora non hanno risposta. Tutto comincia con un'asta. Nel 2007, a Chicago, un giovane appassionato di storia locale di nome John Maloof acquista per poche decine di dollari una scatola di negativi da un magazzino di oggetti in vendita per morosità. Vuole realizzare un documentario narrando il passato della città e spera in un buon affare. Quando decide di fare un’offerta, non sa ancora cosa ha tra le mani. Quando comincia a sviluppare quelle immagini si rende conto della qualità delle fotografie, dense, tecnicamente impeccabili, capaci di catturare la vita di strada americana degli anni Cinquanta e Sessanta con uno sguardo insieme distaccato e profondamente umano. La fotografa si chiama Vivian Maier. Nessuno ha mai sentito quel nome. Affascinato dagli scatti decide di indagare, vuole capire chi fosse l’autrice, e soprattutto se ci sono altre immagini da scoprire. Vivian Maier nasce nel 1926 a New York da madre francese e padre austro-ungherese. Trascorre parte dell'infanzia in Francia, poi torna negli Stati Uniti dove lavora per decenni come bambinaia a Chicago, accudendo i figli di famiglie benestanti. Porta sempre con sé una macchina fotografica prima una Rolleiflex, poi altre, e fotografa ossessivamente: le strade, i mercati, i volti degli sconosciuti, i bambini nei parchi, le periferie, i margini. Scatta decine di migliaia di fotografie. Quasi nessuno le vede. Lei non le mostra, non le pubblica, non cerca gallerie né riconoscimenti. Molti rullini non li sviluppa nemmeno. Vive sola, con abitudini eccentriche, accumulando oggetti e giornali fino a riempire ogni spazio disponibile. Quando, verso la fine della vita, non riesce più a pagare l'affitto del magazzino dove custodisce le sue cose, il contenuto viene messo all'asta. Lei muore nel 2009, pochi mesi dopo che Maloof ha cominciato a pubblicare le sue immagini online, ignara di stare per diventare famosa. È qui che la storia si complica e si fa più interessante. Il documentario "Finding Vivian Maier" (2013), realizzato dallo stesso Maloof insieme a Charlie Siskel, racconta la scoperta con i toni di un giallo: interviste ai bambini che lei aveva accudito da adulti, ricerche negli archivi, viaggi in Francia sulle tracce della sua famiglia. Ne emerge un ritratto frammentato, spesso contraddittorio. Alcuni la ricordano come una figura affettuosa e curiosa. Altri la descrivono come severa, a tratti inquietante, capace di comportamenti che oggi definiremmo problematici nei confronti dei bambini affidati alle sue cure. Ogni ripresa, ogni testimonianza aggiunge un pezzo, ma il puzzle non si chiude mai. Vivian Maier rimane sfuggente fino alla fine. E qui emerge la complessità vera della sua storia: chi ha costruito Vivian Maier? Lei stessa non ha mai scelto di essere un'artista pubblica. È stato Maloof, che detiene la maggior parte dei negativi a selezionare, stampare, esporre e vendere il suo lavoro postumo. Li aveva anche proposti al MoMa, ma hanno rinunciato in quanto preferiscono opere già sviluppate e stampate, fatte e finite. Critici e storici della fotografia hanno sollevato domande legittime: quanto della "grandezza" di Maier è reale, e quanto è il risultato di una narrazione sapientemente orchestrata? Quanto conta, nella nostra percezione del suo genio, il fascino della storia, la tata misteriosa, i negativi abbandonati, la morte in povertà poco prima della gloria? La questione non è solo estetica. Attorno all'archivio di Vivian Maier si sono sviluppate dispute legali tra i diversi acquirenti dei lotti messi all'asta, ognuno convinto di avere diritti sul suo lavoro. In assenza di eredi diretti e di qualsiasi volontà testamentaria riguardo alle fotografie, il corpus della sua opera è rimasto per anni in una zona grigia giuridica e morale. Chi parla per Vivian Maier? Chi ha il diritto di decidere cosa mostrare e cosa tenere nascosto di una donna che, forse non a caso, ha scelto di non mostrarsi? Le sue fotografie sono bellissime, su questo c'è poco da discutere. I suoi autoritratti riflessi nelle vetrine, negli specchi dei grandi magazzini, rivelano una consapevolezza visiva straordinaria. Ma la storia che le circonda è altrettanto affascinante e inquietante: una storia su cosa significa essere artisti, su chi ha il potere di decidere chi entra nella storia dell'arte, e su quanto la narrazione che costruiamo attorno a un'opera possa diventare parte dell'opera stessa.
Il rosso
Quando si parla del rosso, le prime cose che vengono in mente sono il fuoco, il calore, l’amore e l'ira. È un colore forte, aggressivo, testardo e orgoglioso, che vuole imporsi con decisione. In molte lingue, "rosso" è sinonimo di "colore": "coloratus" in latino e "colorado" in spagnolo possono significare sia rosso che colorato. In russo, "krasnyj" significa rosso ma anche bello: etimologicamente parlando, infatti, la Piazza Rossa è la "Piazza Bella". In un'epoca in cui i colori percepiti erano essenzialmente tre, il nero rappresentava lo "sporco", il bianco l’incolore e il rosso era l’unico degno di essere considerato un vero colore. Mentre un pigmento come il blu era difficilmente reperibile, il rosso era diffuso già dal Paleolitico, ottenuto dalla terra d’ocra, dalla robbia, dai minerali o da animali come il murice. Era un colore divino: quello di Marte (Dio della guerra), dei centurioni e dei sacerdoti. Il rosso rimanda al fuoco e al sangue, simboli ambivalenti: il fuoco è vita, come nelle lingue di fiamma che discendono sugli apostoli a Pentecoste, ma è anche l’inferno. Il sangue è quello purificante versato da Cristo, ma anche quello dei peccati e delle impurità dei tabù biblici. Tra il XIII e il XIV secolo, il Papa — fino ad allora vestito di bianco — scelse il rosso, che rimarrà il colore distintivo dei cardinali, a simboleggiare la prontezza a versare il proprio sangue per Cristo. Nel Medioevo la lucentezza del colore, il suo "smalto", era più importante della tinta stessa: più il materiale era prezioso, più la veste risultava luminosa e resistente, diventando sinonimo di potenza. Con la Riforma, il rosso subì una battuta d’arresto poiché Lutero lo considerava un colore terribile. In un passo dell’Apocalisse di Giovanni, la prostituta di Babilonia appare vestita di rosso mentre cavalca un mostro marino; per Lutero, Babilonia era Roma. Il rosso sparì così dagli indumenti maschili, rimanendo appannaggio di cardinali e ordini cavallereschi, ma continuò a essere accettato per le donne. Si assistette a un’inversione peculiare: se nel Medioevo gli uomini portavano il rosso della guerra e le donne il blu della Vergine, in epoca moderna gli uomini scelsero toni discreti lasciando alle donne il più appariscente rosso. Una traccia di questo cambiamento si conserva ancora oggi nell'uso dell'azzurro per i maschi e del rosa (un rosso sbiadito) per le femmine. Il rosso era inoltre il colore prediletto delle spose: il bianco nuziale è un’invenzione moderna. Le spose contadine vestivano di rosso perché era il pigmento più prezioso, ma paradossalmente, per legge, anche le prostitute dovevano indossare un segno rosso per essere identificate. Con la Rivoluzione Francese, il rosso divenne il colore del pericolo e della rivolta. Nel 1789, l’Assemblea Costituente decretò che l’esposizione della bandiera rossa indicasse il divieto di assembramento e l’imminente intervento delle forze armate. Quando si chiese la destituzione del Re, fu fatto fuoco sulla folla prima ancora dell'avviso: nacquero così i martiri della Rivoluzione e la bandiera, da simbolo degli oppressori, divenne quella degli oppressi. "Tinta del sangue dei martiri", rimase simbolo della rottura con il passato nel 1848, per essere poi adottata dalla Russia sovietica e dalla Cina comunista. Forse è proprio per questa lunga storia di tensione che ancora oggi usiamo espressioni come "rosso dalla rabbia" o "vedere rosso”. L’ambivalenza del rosso persiste ancora oggi. È un colore nobile, quello che troviamo nei teatri e all’Opera. Le feste e il Natale si tingono di rosso, ma al contempo rimane un colore allarmante: quello dei segnali di divieto, dei semafori, e della Croce Rossa. Una dicotomia che ha attraversato i secoli ed è giunta fino a noi.
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