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In primo piano
"La matematica del segno" - Andrea Pazienza
Un attraversamento visivo tra urgenza, ironia e costruzione dell’immaginario Che cos’è, oggi, il disegno? È ancora un mezzo preparatorio, un passaggio intermedio, oppure può essere considerato un linguaggio definitivo, autonomo, capace di costruire immaginari complessi? La mostra dedicata ad Andrea Pazienza al MAXXI L’Aquila sembra partire proprio da questa domanda, mettendo subito in discussione qualsiasi gerarchia tra le tecniche e restituendo al segno una centralità assoluta. Entrarvi significa, prima di tutto, accettare una perdita di equilibrio. Non esiste un punto fermo, né una linearità rassicurante: ciò che si attraversa è un sistema di segni in continua trasformazione, dove il disegno non è mai solo rappresentazione, ma gesto, pensiero e tensione. Fin dalle prime sale emerge con chiarezza la natura duplice del segno di Pazienza: istintivo e, allo stesso tempo, costruito. “Matematica del segno” non è una formula evocativa, ma una chiave di lettura concreta. Ogni linea sembra nascere da un’urgenza immediata, eppure si organizza in strutture visive complesse, quasi architettoniche. Il risultato è un equilibrio instabile, in cui caos e controllo convivono senza mai annullarsi. Il percorso non è solo cronologico, ma anche emotivo. Si passa dai lavori degli anni Settanta, dove il tratto è ancora in fase di esplorazione, alle opere degli anni Ottanta, in cui il linguaggio diventa pienamente consapevole, stratificato, riconoscibile. In questo senso, la timeline che accompagna le sale non è un semplice supporto didattico, ma uno strumento che aiuta a leggere l’evoluzione dell’artista come una progressiva intensificazione del segno. Le opere su carta — vero cuore della mostra — sono quelle che restituiscono con maggiore evidenza la complessità del suo lavoro. I volti oscillano continuamente tra ritratto e caricatura, i corpi si deformano ma restano profondamente umani. Non si tratta mai di descrizione: Pazienza costruisce immagini che sembrano emergere da un immaginario collettivo, filtrato però da una sensibilità estremamente personale. Accanto a queste, il percorso alterna lavori più controllati a immagini più nervose e istintive, creando un ritmo visivo che accompagna tutta la visita. È proprio in questo continuo passaggio tra precisione e urgenza che si coglie la forza del suo linguaggio. Particolarmente riuscito è anche il dialogo tra dimensione intima e dimensione monumentale. Da un lato, piccoli lavori su carta che rivelano un’attenzione quasi ossessiva al dettaglio; dall’altro, opere di grande formato — come il potente Zanardi equestre — che espandono il disegno nello spazio. Qui il fumetto smette definitivamente di essere pagina e diventa esperienza, entrando a pieno titolo nel linguaggio dell’arte contemporanea. Un elemento che attraversa tutta la mostra è l’ironia, spesso corrosiva, mai decorativa. Nei lavori più narrativi e nei richiami alla cultura pop emerge una capacità rara di mescolare registri diversi: alto e basso, colto e popolare, lirico e grottesco. È proprio questa tensione a definire la modernità di Pazienza, capace di parlare su più livelli senza mai semplificare. La sezione dedicata agli anni Ottanta — con il riferimento a Frigidaire e alla nascita di Zanardi — aiuta a contestualizzare il suo lavoro all’interno di una stagione culturale irripetibile. Pazienza non è solo illustratore o fumettista, ma autore totale, in grado di intercettare e restituire lo spirito del proprio tempo. Uscendo dalla mostra resta una sensazione precisa: quella di aver attraversato non solo un insieme di opere, ma un modo di pensare il disegno. In Pazienza il segno non è mai neutro: è sempre posizione, scelta, rischio. Ed è forse proprio qui che risiede la sua attualità — in una pratica artistica che rifiuta la neutralità e rivendica, con forza, la necessità di esporsi.
"Storie e segreti dal mercato dell'arte" - Simone Facchinetti
Questo volume è una piccola chicca: breve, intenso, che a chiuderlo dopo l’ultima pagina si rimane affamati di sapere. È una lettura da una giornata, anche perché vi sfido a staccarvi una volta che l’avrete cominciato. Il mercato dell’arte è una brutta bestia. Incontrollabile. Ingestibile. Curioso. Affascinante. Rischioso. Avvincente. Chi più ne ha più ne metta. Si possono scrivere fiumi d’inchiostro sul funzionamento del mercato e, comunque, non ci sarà mai il filo rosso da seguire, non ci sarà mai l’investimento certo. Ci saranno investimenti più "sicuri" di altri. Ma dove sta il divertimento se non si gioca al lotto nel tentativo di scoprire, indagare e trovare nuovi oggetti? Qualche esempio banale: "Comedian" di Cattelan è stata venduta a 5,9 milioni di dollari (diritti d’asta inclusi). Si parla di un rotolo di scotch, una banana del fruttivendolo e un certificato. Costo materiale? Indicativamente 3 dollari. Guadagno? Diversi milioni. Stesso artista, poco più di un anno dopo: "America", il water d’oro massiccio 18 carati, viene venduto a 12,1 milioni (inclusi i diritti d’asta), praticamente pagando il peso dell’oro. Com’è possibile? Le certezze non ci sono mai: ci sono speculazioni, storie, marketing e potere.Questo esempio viene chiaramente dal contemporaneo e ha poco a che fare con il volume, che si dedica principalmente a opere tra Medioevo ed epoca moderna, ma serve a dire che ci sono tante dinamiche che possiamo descrivere ma non facilmente spiegare. La complessa macchina del mercato dell’arte è sempre in movimento, escogita costantemente nuovi attori, protagonisti e assistenti; possiamo provare a seguirli o ad anticiparli, cercando pian piano una strada che non è un terreno battuto, ma un percorso dove bisogna arrampicarsi e mettersi in gioco costantemente.Simone Facchinetti è uno storico dell’arte e professore di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Salerno. Il volume nasce da diversi articoli che hanno seguito avvenimenti eclatanti nel mondo del mercato, poi raccolti in un unico tomo. Il tono è irriverente, divertente, ironico; c’è da ridere sotto i baffi e da stupirsi. Ogni racconto è breve e si estende per pochissime pagine, in un elenco di esempi che trattano quattro macro-aree. La prima parte è dedicata all’attribuzione. Parola tanto usata quanto temuta. Perché? È l'attribuzione che riesce a spronare il mercato, ma proprio per questo diventa una metodologia spesso abusata che perde il rigore filologico. Il compito dello storico dell’arte è quello del filologo: dove quest'ultimo legge un testo scritto, lo storico dell’arte legge un "monumento". Legge materiali, iconografie, pennellate, segni di scalpello, composizione e stile, costruendo una narrazione che inquadra l’opera. Spesso però, chi lavora nel mercato avanza proposte di attribuzione altisonanti solo per attirare attenzione. Gli accademici, infatti, oggi preferiscono la parola riconoscimento. E si riconosce solo quello che già si conosce. L’intuito non nasce per caso: nasce dopo anni di studio che fanno fiutare la direzione corretta. Lo storico dell’arte accademico non necessita per forza del "nome", ha bisogno della lettura corretta; se poi il nome non si trova, allora nascono il "Maestro del Bambino Vispo", il "Maestro delle mezze figure femminili" o l’"Amico friulano del Dosso". Un giorno gli studi porteranno forse all'identificazione, ma quel che conta sono la manualità e il contesto. Il mercato ragiona diversamente dalla mente accademica. Inoltre, il mondo dell’arte è così vasto che nessuno può essere tuttologo; se ci crediamo onniscienti rischiamo errori marchianti. Ad esempio, in un’asta del 2017 ad Auxerre, si volevano vendere due opere come "Maestro francese del Seicento", condizionati dall'area geografica dell'asta. Peccato che uno specialista si renda subito conto dell’errore: i disegni erano datati e numerati. Chi conosce il Barocco sa che Ottavio Leoni, tra i ritrattisti più importanti del Seicento italiano, dal 1615 iniziò a segnare mese, anno e numero progressivo su tutti i suoi ritratti. Potete immaginare l'impatto sulla valutazione economica. La seconda parte è dedicata al dilemma "Vero o falso?". Come dice l'autore: "il mondo dei falsi è come una enorme calamita che attira in misura simile saggi e folli (...) sembrerà paradossale ma tra il vero e il falso non esiste un vincitore assoluto, almeno in termini economici. A ben vedere ci sono delle similitudini con il gioco d’azzardo". Analizza copie, opere di bottega e dipinti che hanno cambiato paternità tra un’asta e l’altra. Chi acquista un falso è spesso costretto a "rigiocare" per riavere i suoi soldi: il banco è lì che lo aspetta. Si rischia di passare dalle stalle alle stelle e viceversa. Si giunge poi alla sezione dedicata ai collezionisti, pubblici e privati. Quelli di oggi sono spesso dei conoscitori: per investire certe somme serve sensibilità. È il caso dell’Underbidder che ha tentato di acquistare un Gigante che solo dopo l’asta è stato attribuito a Carlo Saraceni: il collezionista voleva comprare la qualità, convinto che l’autore sarebbe saltato fuori strada facendo. Altre volte i collezionisti sono descritti come "orsi affamati che si sfidano per un favo di miele", compiendo scelte affrettate per brama di possesso. Il libro ci accompagna anche in collezioni private prestigiose, come quella di "Etro", per capire il ragionamento dietro la nascita di certe collezioni. L’ultimo segmento prova a spiegare le montagne russe del mercato. Forse è vero che il valore dell’opera esiste solo nel momento esatto della transazione. Può prevalere l’emotività, il soggetto sull'esecuzione, il desiderio di riscoprire gli "sleepers" (quadri "dormienti" spariti e riapparsi dopo anni), ma in fondo vince il potere della narrazione. Questo volumetto è un tesoro di spunti per approcciarsi con leggerezza e passione a un ambito complesso. Ma non aspettatevi risposte definitive: tutto quello che rimane sono, forse, ancora più domande.Per chi volesse approfondire, si consiglia un recente articolo di Facchinetti uscito su Il Giornale dell’Arte: "Gli investitori hanno scoperto il mercato degli Old Masters: il risultato delle aste newyorkesi". Dopo anni segnati dal presunto declino del mercato antico e dagli acquisti quasi solo museali, torna di moda l’antico. Il mercato è ciclico, fatto di ritorni e distacchi. In un momento di cambiamenti repentini, una cosa è certa: il fascino dell’Antico è permanente.
“Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum” al Museo del Corso
L'esposizione, curata da Cäcilia Bischoff, non è solo una sfilata di capolavori, ma un'indagine sul collezionismo come strumento politico e diplomatico. Il percorso ricostruisce come gli Asburgo abbiano costruito la propria immagine imperiale attraverso il mecenatismo, trasformando il Kunsthistorisches Museum in un archivio del sapere europeo. Nella prima sala ci accolgono Sissi e Franz sotto forma del loro doppio ritratto. Sono loro che hanno finalizzato la costruzione dell’odierno Museo, chiamando gli artisti più importanti dell’epoca, tra cui anche Klimt. La prima sala, infatti, non mostra solo in una mappa interattiva quali siano stati gli spostamenti dei più grandi artisti presenti in collezione, ma presenta anche i legami architettonici precisi che uniscono Palazzo Cipolla al palazzo viennese, spiegandone la storia anche attraverso installazioni video nelle quali "tornano in vita" i loro architetti: Gottfried Semper, Carl Hasenauer e Antonio Cipolla. Dopo l’introduzione, il percorso si suddivide in contesti geografici diversi che invitano a scoprire gli artisti di corte di vari Paesi e le caratteristiche che li accomunano. Per godersi appieno la visita bisogna lasciarsi alle spalle il concetto di mostra tematica o cronologica: ogni sezione presenta oggetti diversificati, ma ogni singolo pezzo è un capolavoro assoluto. Un percorso breve che può essere considerato quasi un buffet di eccellenze, tra le quali si fa fatica a scegliere. Già la prima sezione presenta opere di Van Dyck, Rubens, Pourbus e Brueghel il Giovane. Spaziamo tra miti, allegorie, ritratti, scene di genere e nature morte. Tanti frammenti preziosi, ognuno mirabile a modo suo, che permettono di comprendere la vastità dei soggetti fiamminghi: dalla minuzia assoluta nella resa del dettaglio lenticolare alla pennellata veloce e liquida che si sfalda, muovendo l'animo dell’effigie. Si prosegue con una Wunderkammer in miniatura, che espone una mela marcia in marmo e una testa di piccole dimensioni che allude al decadimento umano, con metà volto giovanile e l’altro ridotto a teschio e consumato dai serpenti. Sono presenti lussuose coppe realizzate con conchiglie di Nautilus e pietre dure, oggetti che all’epoca venivano esposti nei banchetti come simboli di ricchezza e potere e che oggi sono sempre meno noti.La sezione degli olandesi spazia dai precursori delle scene di genere, come Pieter Aertsen, ad autori come Frans Hals, caratterizzato da una ritrattistica sciolta, ma sobria e d’impatto. La sezione dei tedeschi presenta invece opere di Cranach — tra cui una delle molte versioni di Adamo ed Eva — e lavori “iperrealisti” che comprendono non solo nature morte, ma anche uno dei più famosi trompe l’oeil di Sebastian Stoskopfs: una tela che sembra accogliere l’incisione di una Galatea. Si narra che, quando l’opera fu' presentata per la prima volta, l’imperatore cercò di afferrare la carta prima di capire l’inganno e scoppiare a ridere. Le ultime sezioni sono nuovamente una corsa tra capolavori: parliamo di opere di Arcimboldo, Velázquez, Veronese, Tintoretto, Moroni e dei lavori, che forse più mi hanno colpito, come la Morte di Cleopatra di Guido Cagnacci e il Riposo durante la fuga in Egitto di Orazio Gentileschi.Il fulcro concettuale della mostra, infine, è l’Incoronazione di spine di Caravaggio, a cui viene dedicata una stanza intera. Il volto morbido e pallido del Cristo, rassegnato ma forte, si staglia tra le figure che lo circondano: i carnefici con la pelle consumata dal sole, le mani forti e le unghie sporche. È una lezione sull’analisi cruda della realtà, l'ingresso prepotente del quotidiano nell’arte sacra che segnerà la pittura per sempre. Difficile dare un giudizio univoco su questa mostra, che spazia tra temi, nazioni e corti. È un percorso che racconta il meglio che l’epoca ebbe da offrire, cercando di districare le motivazioni per cui proprio questi generi e questi artisti ebbero così tanta fortuna presso le principali corti del continente. Ogni opera a sé stante è un capolavoro; non ci sono oscillazioni di qualità. A "spizzichi e bocconi" veniamo introdotti a ciò che alimentava la reputazione imperiale: doni principeschi e pittori desiderati, costantemente in viaggio per soddisfare i più importanti collezionisti. È certamente un’occasione unica per ammirare queste eccellenze senza prendere un volo per Vienna, ma forse è anche lo stimolo ideale per fare i bagagli e scoprire quali altre meraviglie abbia da offrire il museo viennese.
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