Non è la bravura che definisce l'artista e non è la sua manualità. Forse questa è
un’opinione controversa ma è altrettanto reale. Il talento contribuisce, ma è un fattore
solamente parziale di un eventuale successo dal punto di vista sociale e economico. Di
persone brave a dipingere e scolpire ce ne sono tante, alcune più brave di altre, ma non
tutte queste persone possono essere definite maestri d’arte. Il primo passaggio da
artigiano ad artista si avvia con la manualità, l’idea, il concetto e con l’innovatività. Ancora
più di questo, però, la consacrazione di un manufatto dell’ingegno umano a opera d’arte
dipende dal pubblico e dal riconoscimento quasi universale che un oggetto sia connotato
da determinate caratteristiche estetiche e concettuali che lo rendono arte. Il fatto è che
questo riconoscimento deve essere veicolato, la storia deve essere raccontata perché
altrimenti non può funzionare. Ci sono diverse figure che possono quindi comunicare e
veicolare il messaggio dell’opera, l’artista stesso, il critico, il gallerista, il mecenate. È raro
che si tratti di un approccio bottom up, dove cioè e sin dall’inizio il vasto pubblico a
creare una piattaforma sufficiente da generare riconoscimento, il più delle volte si tratta di
un approccio top down, dove figure riconosciute dell’ambito creano una narrazione che
possa accompagnare l’artista in cui pongono la loro fiducia. Più questa narrazione
funziona, più genera mistero, desiderio o rabbia; più le persone riescono a identificarsi
nelle opere o nei suoi concetti, più si crea un’eco che si espande. Nasce in un punto, ma
non resta lì: si diffonde, rimbalza e si imprime nella memoria. In parte è questo il motivo
per cui, talvolta, un artista diventa famoso in vita, anche grazie alla sua capacità di
autopromuoversi; altre volte, invece, la sua biografia viene riletta e adattata post mortem,
fino a costruire un personaggio dotato di un’aura capace di raggiungere un
riconoscimento su vasta scala. E no, non è vero che il valore di un’opera aumenta
economicamente quando un artista scompare. Purtroppo è una domanda che, per chi fa
da intermediario, si sente ripetere spesso quando si parla di artisti contemporanei. La
verità è che sono il marketing, la ricerca e la narrazione bibliografica a costruire l’artista; e
se la forza propulsiva che sostiene un pittore si spegne con lui, per quanto possa essere
stato talentuoso, rischia di cadere presto nell’oblio. Anche quando non accade, i suoi
prezzi tendono a calare vistosamente: solo attraverso azioni mirate questa tendenza può
essere invertita. Non ci sono manuali d’istruzione e certezze assolute sul come creare un
artista, ma di certo ci sono storie da ripercorrere che ci fanno capire che bisogna trovare
la chiave di lettura per proporre l’artista al vasto pubblico. Tutti sappiamo come la
Gioconda ha acquisito nuova importanza quando è stata rubata, che Dalí si è presentato
col formichiere per generare curiosità e che Haring è diventato icona della comunità
LGBTQIA+ e volto della ricerca contro l’HIV. Vorremmo però qui ripercorrere uno degli
esempi più eclatanti di valorizzazione artistica post mortem, quello di Vincent van Gogh.
Oggi tutti conosciamo il volto di Van Gogh, lui e le sue opere le troviamo su T-Shirt,
borse, gadget di qualunque tipo e perfino i Lego gli hanno dedicato dei set. Si tratta di
uno degli artisti più riconosciuti, riprodotti, richiesti e iconici a livello globale, eppure, in
vita, non ha avuto successo. È morto suicida: povero, insoddisfatto e soggiogato dai
disturbi mentali. Delle centinaia di quadri che ha dipinto nel breve arco di circa dieci anni,
siamo certi di una singola vendita, quella della La vigna rossa di Arles. L’opera venne
acquistata nel 1890 da Anna Bloch, collezionista e artista belga, la quale pagò 400
franchi, circa 2.000$ odierni, a differenza delle cifre milionarie che si richiedono oggi per i
suoi dipinti. I primi riconoscimenti dell’opera di van Gogh arrivano pochi anni dopo la sua
morte la figura chiave del suo successo fu Johanna Bonger, vedova del fratello. Theo morì
soli sei mesi dopo Vincent, e così Johanna rimase sola a crescere il loro figlio. Fu lei ad
ereditare tutti i quadri, i disegni e le lettere del pittore. In quegli anni si mise a leggere le
lettere tra i due fratelli, inizialmente per ritrovare il marito, e attraverso lui impara ad
amare anche Vincent. Si sente la responsabilità di onorare suo marito e il fratello come se
avesse una missione da compiere, per onorare l’amore sconfinato che Theo provò per il
fratello (basti considerare che il loro figlio ha pure preso il nome Vincent). Decide di non
svendere, non vuole disfarsene delle opere e decide di provare a mettere in atto la
strategia messa a punto nelle lettere di van Gogh: esporre il più possibile, vendere
quanto serve a finanziare altre mostre, non disperdere l’opera. Nella biografia dell’artista
da lei firmata racconta come inizialmente fu costretta ad affrontare “il disprezzo, le porte
chiuse, la selva dei no” verso un artista considerato a tratti troppo moderno, a tratti
solamente pazzo. Si trasferisce dalla Francia verso l’Olanda, dove con l’aiuto del padre
compra una casa a Bussum, portando con sé circa 200 opere creando uno spazio
espositivo che oggi potremmo definire uno show room, uno spazio privato accessibile a
amici e curiosi. Inizia a mandare un copioso numero di lettere e a proporre le opere a
figure consacrate del mondo dei collezionisti, cercando di realizzare le prime mostre. Con
i critici d’arte, invece, non procede a tappeto, ma crea rapporti mirati e intensi con le
figure più riconosciute. Realizza che, per giungere al maggior successo economico, deve
affiancare il lavoro dei mercanti alla capacità dei critici di romanzare la vita e le opere del
cognato defunto. Il culmine di questo operato arriva quando, nel 1905, investe i propri
soldi per poter esporre oltre 400 opere allo Stedelijk Museum. L’esposizione riscontra un
successo capillare, con oltre duemila visitatori in due mesi, il che innesca un meccanismo
che rende l’operato noto anche al vasto pubblico, andando oltre i soli professionisti del
settore. Nel 1914 vennero inoltre pubblicate le Lettere in forma di romanzo letterario, a
supporto della diffusione del racconto della vita dell’artista, dove esse diventano fonte
primaria. Queste lettere colpiscono anche una delle più grandi collezioniste dell’epoca,
Helene Kröller-Müller, e il suo contributo diventerà fondamentale per il riconoscimento
globale. Per congiuntura storica, nello stesso periodo nascono le correnti espressioniste
nelle zone limitrofe, aiutando ancora di più a sbloccare l’accettazione e apprezzamento
della vivacità del segno e del colore; e la consapevolezza del poco successo che van
Gogh ebbe in vita di alimentò ulteriormente il mito che venne a circondarlo.
Questo esempio ci fa capire come anche il più grande talento artistico diventi davvero
tale solo nel momento in cui la sua storia e la sua opera vengono riconosciute, studiate,
comunicate e divulgate, attraverso strategie narrative e di marketing capaci di dare il
giusto peso alla qualità dell’opera, anche quando anticipa i canoni estetici della propria
epoca. Non basta essere bravi se nessuno ti vede; e forse, se non fosse stato per persone
come Johanna, anche la memoria di un genio come Vincent Van Gogh si sarebbe persa
nel tempo.


