Va bene, lo ammetto: sono di parte. Da quando ho letto il mio primo volume di Tomaso Montanari, "Privati del patrimonio" (come testo d’esame in Legislazione dei Beni Culturali), non sono più tornata indietro. Ho divorato quasi tutti i suoi libri (anzi, a dire il vero ho letto solo quelli che non erano manuali, ma che contengono sempre un salutare pizzico di polemica). In seguito, conoscerlo e incontrarlo ai convegni, quando arriva con la giacca di pelle in versione paladino del patrimonio, non è stato affatto spiacevole.
Ma perché ho letto i suoi volumi, li ho consigliati e regalati?
Come è noto, accanto alla dimensione storico-artistica, Montanari porta avanti un discorso profondamente politico, improntato a una partecipazione attiva alla vita sociale. Alza la voce quando è necessario difendere i diritti umani — basti pensare a "Per Gaza" — e, in altri casi, “si fa scudo” del nostro passato, della memoria e della storia, ponendo interrogativi concreti e tangibili sul futuro del patrimonio culturale. Come ben sanno gli educatori museali, o chiunque abbia mai svolto il ruolo di guida, il lavoro non consiste nel semplice elenco di date o di nomi, né nell’annoiarsi (e annoiare) con una sequenza di fatti: significa piuttosto accogliere, sorridere a chi è curioso, porsi sullo stesso piano dell’interlocutore e trovare la chiave giusta per trasmettere l’ingente patrimonio che abbiamo a disposizione, e che a molti appare ormai ostile. Montanari ci ricorda che i beni culturali sono di tutti, un bene comune. È dunque necessario rieducare le persone a concepirsi come parte di una storia e di una tradizione profondamente ancorata al territorio, visibile nei vincoli stradali, negli edifici, nel paesaggio, e non soltanto all’interno di musei e chiese. Molto spesso chi studia arte rimane ancorato a una rete di conoscenze astratte, estetiche ed etiche, che portano all’idealizzazione dell’oggetto, ma che risultano difficilmente applicabili al di fuori dell’ambito accademico. Montanari si interroga invece, nelle "Istruzioni per l’uso del futuro", su dove e come società e politica giochino la loro parte, riuscendo così a collocare i manufatti del passato nella concretezza del nostro presente. Nel volume Se amore guarda, apparso per la prima volta nel 2023, l’autore apre con una domanda essenziale: «Di cosa parliamo davvero quando parliamo di patrimonio culturale?». Certo, possiamo sciorinare definizioni che chiamano in causa tutela e valorizzazione — ed è giusto farlo — ma ciò a cui Montanari aspira è tornare a enfatizzare «la forza di liberazione con cui il patrimonio apre i nostri occhi e il nostro cuore a una dimensione altra». È la materia stessa a darci la conferma concreta che questo “tempo altro” sia realmente esistito. Bisogna riuscire «a far sentire ai nostri contemporanei che sui selciati delle strade, sugli asfalti delle automobili, risuona l’eco di passi innumerevoli: una quantità di vite, di storie, di significati (…)». Su questa scia, Montanari riflette sulla compresenza dei tempi e su come possiamo imparare a leggerla. Prosegue poi con il capitolo dedicato ai “corpi vivi”, spiegando come l’esperienza del patrimonio non sia soltanto erudita o intellettuale, ma coinvolga tutti i sensi: dall’occhio che intravede le epigrafi in una chiesa, ai passi che percorrono la navata, fino all’olfatto che percepisce l’incenso. Si tratta, a tutti gli effetti, di esperienze totali. L’autore ripercorre quindi la nascita del concetto moderno di conservazione, formulato per la prima volta nella celebre lettera del 1519 di Raffaello: il problema di come dare voce a una collettività ormai perduta, il conflitto costante tra chi vuole salvare e chi vuole distruggere — soprattutto quando si tratta di “patrimoni difficili” — e il tema delle identità, che possono anche tradursi in affinità elettive dettate dalla sensibilità individuale. Infine, Montanari si interroga su come mettere tutto questo a disposizione dell’uomo, per permettergli di entrare in contatto con quella che David Grossman definisce la “forza dell’umano nell’uomo”. È così che l’autore ci insegna a entrare in relazione con il patrimonio e, se vogliamo, a uscirne più umani. Quando capiremo che il patrimonio culturale ci circonda, ci ingloba e ci attraversa quasi per osmosi — e che non è un’entità astratta da studiare solo sui manuali — allora potremo riconoscere, sulle pareti imbiancate dei musei, una traditio, un passaggio di mano in mano che lega le generazioni, e iniziare a sentirci davvero parte di qualcosa di più grande di noi. Consiglio vivamente la lettura di Montanari: da "Chiese chiuse" a "Contro le mostre", da "A cosa serve Michelangelo?" a "Le statue giuste", da "Ripartire dall’ABC" a "Patrimonio e coscienza civile". I suoi libri permettono di acquisire uno sguardo critico ma anche profondamente consapevole e animato da amore, capace di aprire un varco verso altri tempi e luoghi e di farci sentire tutti un po’ più partecipi. I beni culturali sono una proprietà collettiva — di tutti e di ciascuno — e un diritto fondamentale, alla base stessa del nostro essere una civiltà.


