Molti di noi, consapevolmente o no, hanno già visto un’opera di Novella Parigini magari di sfuggita, con la coda dell’occhio, in casa di nonni, amici, parenti. La produzione di Novella Parigini è ampia, diffusissima, a testimonianza del successo che ebbe la pittrice della Dolce Vita (così era nota a Roma) tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi però la sua storia, per quanto documentata, viene ricordata da pochi. La sua arte, a tratti, può sembrare datata ma, al contrario, rimane attualissima anche oggi. Linee rapide e vibranti attraversano sfondi monocromi; il gesto consapevole della mano che trascina il pastello sulla carta dà vita a un’iconografia immediatamente riconoscibile. È così che l’artista racconta il suo tempo, eppure, a più di cinquant’anni di distanza, scopriremo che molto è rimasto immutato.

Novella Parigini in una fotografia di Manlio Villoresi, 1950 ca.
Novella Parigini nasce a Chiusi, da una famiglia nobile senese, nel 1921. Fin dalla nascita, intorno alla sua figura si costruisce un alone di mistero. Il suo nome, infatti, non le viene dato dai genitori, ma da una delle personalità più importanti della letteratura italiana del Novecento: Gabriele D’Annunzio. Dopo la morte dell’artista, vengono ritrovate alcune lettere tra il poeta e la madre di Novella, Emilia, nelle quali D’Annunzio non solo suggerisce il nome, ma dona anche un talismano che ritiene infallibile. Un segno, forse, di un destino già tracciato. Parigini si dimostra presto uno spirito libero, deciso a spezzare ogni catena. Curiosa e coraggiosa, si confronta con i maggiori protagonisti del panorama artistico del suo tempo. Sceglie di frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Parigi, dove entra in contatto con Jean-Paul Sartre e diventa allieva di Salvador Dalí. È proprio in questo contesto che nasce il suo concetto di esistenzialismo, per lei sinonimo di libertà assoluta. Su questa idea costruisce anche il proprio personaggio: nessun vincolo ideologico, politico o sentimentale. Rientrata in Italia, si stabilisce in via Margutta, in una casa-studio che appare come una vera e propria reggia personale. Questo spazio viene trasformato in un salotto letterario, quasi a rievocare una tradizione antica, frequentato dai più grandi nomi dell’epoca. Tra gli ospiti figurano attori hollywoodiani come Brigitte Bardot, Errol Flynn e Tyrone Power – il primo avrebbe voluto sposarla, il secondo le venne “rubato” da un’amica – e artisti come Fellini, Dalí, De Chirico, Sartre e Cocteau. Novella sedeva su una poltrona che sembrava un trono, al centro dello studio, circondata da collane, oggetti, gatti, ninnoli e fotografie: i segni tangibili di una vita “straordinaria” che, fin da ragazza, aveva costruito, vissuto e narrato a giornalisti e fotografi come un mito, una favola bellissima. È proprio questa consapevole costruzione del personaggio a collocarla pienamente tra le figure più significative dell’arte del Novecento. Parigini incarna l’aura della “divina” dell’arte, la donna che ha saputo liberarsi dai preconcetti e dagli stereotipi, senza mai rinunciare al proprio carisma. Del resto, come insegnava il suo maestro Dalí, non bastava essere artisti: bisognava trasformarsi in un brand. Per la prima volta nella storia dell’arte, il marchio dell’artista contava quanto – se non più – della sua abilità, perché è proprio il brand a generare comprensione e fascinazione verso l’opera. Negli anni Cinquanta, Parigini è al centro di numerosi scandali. Cammina a piedi nudi, indossa abiti maschili, colleziona flirt – come ama precisare, solo con attori, duchi e principi – ha una figlia senza marito, rifiuta il matrimonio, indossa bikini provocatori, fa “schizzare” bottoni sotto lo sguardo indignato di poliziotti puritani. Esibisce amori, ruba fidanzati alle amiche, si circonda di donne bellissime e passeggia per Capri con un leoncino al guinzaglio. Lavora nuda in casa. È considerata la regina di un regno personale in cui sesso e mondanità si mescolano all’aristocrazia, al cinema e alla cultura.

Novella Parigini a Roma
Il suo stile pittorico riflette tutto ciò che ha visto e appreso a Parigi. Anticonformista e trasgressiva, la sua arte unisce esistenzialismo e surrealismo, anticipando tratti espressionisti della Pop Art. La ripetizione dei soggetti prefigura i processi di massificazione che saranno resi celebri, pochi anni dopo, da Andy Warhol. Le sue figure diventano icone: Madonne ambigue, occhi felini in volti maschili e femminili, zigomi pronunciati, labbra carnose, seni abbondanti. È il prototipo della donna contemporanea, una bellezza che sembra anticipare la ricerca ossessiva dell’eterna giovinezza e preannunciare la crisi dell’identità sociale odierna, dove l’ideale estetico diventa un dettame e una promessa – spesso illusoria – di felicità e completezza. Novella Parigini muore a Roma nel 1993, dopo una lunga malattia. Anche nella morte lascia tracce della sua vita avventurosa: tra le ultime persone a salutarla c’è l’attrice svedese Ursula Andress. Fino alla fine insiste sul trucco che l’ha sempre contraddistinta – occhi bistrati, palpebre colorate, guance rosse o pallidissime – mantenendo la facciata del personaggio fino all’ultimo. Oggi questa grande figura del Novecento è raramente ricordata. Gli sforzi della memoria sembrano essersi fermati alla retrospettiva del 2006 a Vicenza, eppure Parigini fu un’artista ambita in tutto il mondo. Espose a New York negli anni Cinquanta, nel 1962 il presidente Kennedy le commissionò un Cristo per una chiesa in Texas, e ancora oggi le sue opere sono presenti in musei e chiese internazionali. Spesso si pensa che la notorietà arrivi dopo la morte: è successo a Van Gogh, Schiele, Modigliani. Ma non accade per tutti. Anzi, più spesso avviene il contrario. La vera sfida di un artista inizia dopo la sua scomparsa: la sua opera riesce a evolversi silenziosamente insieme alla società? Viene compresa a distanza di tempo? La sua memoria viene custodita? È qui che entra in gioco il compito dello storico dell’arte: riconoscere chi ha saputo plasmare il proprio tempo e impedire che la memoria si dissolva. Ed è proprio questo l’obiettivo di questa nuova rubrica, che vuole riportare alla luce i grandi dimenticati del Novecento.
* Il testo riprende in parte l’articolo “La Dolce vita perde la sua musa”, di Liliana Madeo, apparso su La Stampa il 2 ottobre 1993.


