Origine del mercato dell'arte contemporanea – Venderequadri Salta al contenuto
Origine del mercato dell'arte contemporanea

Origine del mercato dell'arte contemporanea

Fin qui abbiamo detto che l’origine del mercato è assai antica, ma in verità per parlare di libero mercato, quello basato sul sistema delle gallerie private, che corrisponde all’attuale struttura del mercato d’arte contemporanea, bisogna arrivare al XIX secolo. E’ necessario dunque fare un passo indietro, e approfondire le circostanze della sua nascita e del suo sviluppo, che si costituirà sulle basi di una nuova e radicale trasformazione e rivoluzione nelle concezioni dell’arte sul finire del XIX secolo appunto. Ci riferiamo per cui di nuovo alla metà del Seicento, epoca che vede la nascita di un monopolio ancora più costrittivo e rigidamente strutturato, se vogliamo, di quelli precedenti, quello delle Accademie d’arte. Fondate allo scopo di legittimare ufficialmente la validità della produzione artistica, queste istituzioni ne hanno di fatto detenuto il controllo fino alla seconda metà dell’Ottocento. Esaminiamo in particolare il modello francese. Il 1648 è l’anno in cui fu fondata a Parigi, l’Académie Royale de peinture et sculpture, il più influente organo di riconoscimento istituzionale, che organizzava delle esposizioni annuali, i Salon, la cui partecipazione o esclusione segnava l’intera carriera degli artisti, la possibilità di affermarsi e il successo commerciale. La commissione giudicatrice era formata da accademici, insegnanti dell’Ecole des Beaux Arts, e dal direttore dell’Accademia di Francia a Roma (capitale dell’arte antica e dell’arte classica). L’accettazione delle opere da parte di questa giuria dipendeva dalla conformità di queste alla teoria estetica classica, che l’istituzione si proponeva di difendere e preservare. Gli artisti allineati coi canoni accademici, ricevevano premi ai Salon, commissioni per realizzare lavori pubblici, e le loro opere venivano proposte alle Istituzioni pubbliche e ai musei affinché le acquistassero. Se inoltre teniamo presente che lo statuto dell’accademia vietava agli artisti ufficiali di fare direttamente commercio delle proprie opere, ci rendiamo conto del totale controllo che essa esercitava tanto sul contenuto delle opere che sulla loro commercializzazione. Il mercato dunque, che si era incredibilmente sviluppato nel XVI e XVII secolo, come si diceva poc’anzi, non era un mercato libero, ma fortemente vincolato da queste istituzioni, che, peraltro, insieme all’impostazione conformista della critica e al gusto dominante del pubblico dell’alta borghesia, non lasciavano alcuno spazio all’emergenza di una produzione artistica innovativa. Una produzione artistica ufficializzata regolata e limitata, era indissolubilmente legata ad un mercato ufficiale altrettanto regolato e conseguentemente limitato. Questa situazione cominciò a cambiare dalla seconda metà dell’Ottocento, in rapporto al subentrare degli ideali romantici rispetto a quelli classicisti. Ed è proprio la Francia protagonista della svolta che vede la nascita e lo sviluppo, da una parte di esposizioni indipendenti organizzate dagli artisti stessi, e dall’altra di un nuovo tipo di gallerie private. Partendo dalle esposizioni, ricordiamo brevemente che il 1855 è l’anno dell’Esposizione Universale di Parigi, che comprendeva opere di artisti di ventotto paesi ed anche dipinti rifiutati dalla giuria del Salon. Mentre del 1863 è il Salon des Réfusés, la prima (ed unica) mostra interamente dedicata agli artisti esclusi dal Salon ufficiale. Si tenga presente che tra gli artisti innovativi, di ultima generazione, bistrattati ed esclusi dai circuiti ufficiali, c’erano nomi come Cézanne (che tenterà ogni anno di inviare le sue opere ai Salon senza mai essere accettato!) e come gli Impressionisti, che furono tra i primi a pretendere e perseguire la propria indipendenza dallo strapotere accademico, e si costituirono così come un movimento di reazione rivoluzionaria alla situazione dominante (basti pensare che il termine “impressione” fu utilizzato per la prima volta nel 1874[1] con un’accezione ironica e negativa per descrivere le loro opere). Dopo queste prime iniziative, più o meno riuscite, è del 1884 la nascita di un vero e proprio salon alternativo: il Salon des Artistes Indépendants, organizzato dalla Société des Artistes Indépendants, che non prevedeva né premi né giuria. Del 1903 è invece il Salon d’Atomne, questa volta dotato di una giuria selezionatrice, con il più preciso scopo di qualificare il gusto del pubblico e dei collezionisti indirizzandolo verso le tendenze innovative dell’arte contemporanea. Questa manifestazione, particolarmente riuscita, ebbe il merito di ospitare esposizioni di storica importanza, come quella dei Fauve, e dei Cubisti, nonché la retrospettiva di Cézanne. Ma torniamo agli Impressionisti, per sottolineare come il loro movimento sia cruciale, perché inaugura la creazione di un’arte d’avanguardia, ovvero del modernismo, rivoluzione estetica del linguaggio pittorico, ma anche la creazione di un mercato alternativo, costituito da gallerie private, che attraverso inedite strategie commerciali e promozionali, dovevano inventare un nuovo mercato che corrispondesse alla nuova arte. Il sodalizio con Paul Durand Ruel (1870), segna la comparsa del primo vero mercante moderno, innovatore sia sul piano delle scelte artistiche che su quello delle strategie commerciali e critiche. Il nuovo sistema commerciale di Ruel, e che diverrà in seguito il modello del nuovo mercato d’avanguardia internazionale, consiste:
  • nella valorizzazione di una nuova arte ancora non richiesta dal mercato;
·       nel monopolio sulla produzione artistica, al fine di controllare le quotazioni; ·       nella promozione degli artisti attraverso l’organizzazione di mostre personali (anche all’estero per dare loro una dimensione internazionale) e attraverso la fondazione di riviste per la diffusione delle informazioni. Per concludere citiamo ancora due mercanti celeberrimi, che accolsero la lezione di Ruel, e che furono i suoi continuatori: Ambroise Vollard e Daniel Kahnweiler. L’uno il principale mercante di Gauguin e Cézanne, ma anche di Degas, Renoir, Van Gogh, Matisse, Picasso, e l’altro il mercante del Cubismo, che ebbe il merito di investire molto sulla valorizzazione critica dei propri artisti, attraverso la collaborazione con scrittori e poeti assai noti (come ad esempio Apollinaire, e Max Jacob), e in generale di allargare i contatti tra collezionisti, critici e mercanti. Con questi sviluppi arriviamo agli anni Dieci, e la storia del mercato parigino prosegue, negli anni Venti, raggiungendo la sua piena maturità, per crescere ulteriormente negli anni Trenta e Quaranta. Gli stessi anni vedono la formazione e trasformazione di vari centri del mercato in tutta Europa, come Londra, Berlino, Bruxelles. Se ci dilunghiamo sulla storia del mercato parigino, è perché questo ha svolto un ruolo particolarmente significativo, prima di sfondamento di certe frontiere e poi di leadership del mercato mondiale. Parigi in questa fase è la patria dell’arte, la capitale del modernismo (la maggior parte degli artisti dell’arte moderna, come è noto, hanno vissuto e lavorato a Parigi: da Picasso a Matisse, da Braque a Léger, da Gris a Derain ecc.). Quindi facciamo un passo indietro e segnaliamo che in particolare il 1914 segna in Francia la svolta decisiva: il grande successo della vendita all’asta di una collezione d’arte d’avanguardia, testimonia l’interesse da parte di un vasto pubblico dell’alta società (e non più dunque solo di una stretta cerchia di amatori). La società borghese identifica il valore dell’arte d’avanguardia con lo spirito dinamico dei tempi moderni, che si contrappone a ciò che invece è passato, superato, non più attuale. Il fatto sociale nuovo è che la classe dominante si riconosce nei valori rappresentati dalla nuova arte, e se ne appropria. Ma a questo punto succede che la storia si ripete, perché l’incredibile successo mondano e di mercato dell’arte contemporanea, scatena una nuova reazione da parte della nuova generazione di artisti d’avanguardia del dopoguerra: i dadaisti e i surrealisti. I loro movimenti sono caratterizzati da un atteggiamento politico rivoluzionario, da una critica radicale ai valori della società borghese e dall’opposizione alla mercificazione dell’arte. E’ proprio questa esigenza di rilancio dello spirito d’avanguardia a spingerli verso la ricerca di un mercato ulteriormente alternativo, auto gestito e auto promosso. Ma, ironia della sorte, diverranno invece a loro volta artisti di successo in un mercato ancora più grande perché più internazionale. Infatti, durante la seconda guerra mondiale, a causa delle loro posizioni politiche, furono costretti a rifugiarsi, praticamente in massa, negli Stati Uniti, dove furono accolti con grande entusiasmo sia dai galleristi, che fecero la loro fortuna (in particolare Peggy Guggenheim), sia dalle giovani generazioni di artisti americani che ne subirono profondamente l’influenza (e stiamo parlando di artisti come Pollock, Rothko e la loro cerchia). Abbiamo finora parlato della Francia per i motivi suddetti, ma non possiamo mancare di fare brevemente accenno almeno alla situazione tedesca, particolarmente importante nell’ambito del modernismo europeo. (Rimandiamo a dopo l’analisi del versante italiano, perché essendo quello che ci riguarda più da vicino, va fatto un discorso a parte per approfondirlo un po’ meglio). In Germania l’arte d’avanguardia si sviluppa, a partire dagli anni Dieci, con sue proprie caratteristiche ed è rappresentata essenzialmente dall’espressionismo tedesco di artisti come Kirchner, Schmidt-Rottluff, Nolde, Macke e Marc, e dall’astrattismo di Kandinskij e Klee e dal Bauhaus. Un panorama molto vitale dunque fino all’avvento del nazismo, che comincia a perseguitare l’arte d’avanguardia, che definisce “degenerata”, e i suoi artefici. Emblematica l’organizzazione di una mostra di propaganda negativa, che dal 1937 al 1941 fa tappa in una decina di città tedesche, presentando circa seicento opere requisite dai nazisti. Dal secondo dopo guerra New York (che fino a quel momento si era dovuta accontentare di un’attività essenzialmente di rivendita dell’arte europea, non avendo ancora sviluppato un’arte autoctona originale), si avvia a diventare il centro mondiale dell’arte contemporanea, sostituendosi a Parigi nel suo ruolo di leadership mondiale. Il sistema delle gallerie si sviluppa insieme all’emergere di tendenze d’avanguardia, che segnano il passaggio dal modernismo all’arte contemporanea vera e propria, come l’Espressionismo Astratto (anni ’40-50), il Minimalismo, la Pop Art (anni ’60), che trionfa a livello internazionale con l’assegnazione del premio a Rauschenberg alla Biennale di Venezia del ’64, e poi l’arte Processuale e Concettuale, nelle sue diverse varianti. Le avanguardie europee degli anni Cinquanta al centro del mercato parigino, sono essenzialmente l’Informale e il Nouveaux Realisme, che pure furono dei fenomeni artistici importantissimi e che però, sembrano non aver retto il confronto con le coeve tendenze americane, supportate da un mercato divenuto assai più vitale e sostenute dal governo stesso (!), che strategicamente utilizza la nuova arte per affermare una supremazia culturale, oltreché economica e militare, sull’Europa. Dal secondo dopo guerra in poi l’escalation americana non si arrestò neanche per un momento. Per comprendere la dimensione del fenomeno basti pensare che negli anni Settanta le gallerie concentrate in un solo quartiere di New York, Soho, erano più di duecento e oltre settanta le riviste dedicate all’arte contemporanea! Negli anni Ottanta e Novanta poi si è assistito all’incredibile fenomeno dell’istantanea storicizzazione delle nuove star, che ha visto artisti giovani raggiungere un immediato successo e quotazioni altissime. Ad oggi le quotazioni degli artisti americani viventi raggiungono cifre vertiginose, irraggiungibili per gli artisti europei. I più importanti centri del mercato a livello mondiale: Attualmente New York è il centro del sistema dell’arte contemporanea, e gli artisti sostenuti dalle gallerie di questo mercato sono i più valutati. Il secondo per importanza è il mercato inglese, con centro a Londra. In Europa molto forte è anche il mercato tedesco. Ma è fondamentalmente lungo l’asse New York-Londra, che i modelli di riferimento si impongono con una maggiore capacità di penetrazione culturale ed economica. [1]            Louis Leroy su Le Charivari, 25 aprile 1874
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