A dieci anni dal terremoto del Centro Italia del 2016, il ricordo passa anche attraverso l’arte. “Il coraggio non trema, Arquata del Tronto” di Giuseppe Fuschi restituisce il volto ferito di uno dei luoghi simbolo del sisma, trasformando il disegno in testimonianza di resistenza e memoria.
24 agosto 2016: il terremoto che colpì il Centro Italia
Alle 3:36 del 24 agosto 2016, una scossa di magnitudo 6.0 colpì l’Appennino centrale. L’epicentro fu localizzato nei pressi di Accumoli, in provincia di Rieti, ma gli effetti interessarono un territorio molto più vasto.
Tra i centri più duramente colpiti ci furono Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto.
Quella notte segnò l’inizio di una lunga sequenza sismica che interessò il Centro Italia anche nei mesi successivi. Il terremoto provocò 299 vittime e causò danni gravissimi a interi paesi e a un patrimonio storico e culturale costruito nel corso dei secoli.
A dieci anni di distanza, il 24 agosto 2026 riporta inevitabilmente alla memoria le persone, i luoghi e le comunità segnate da quella tragedia.
Arquata del Tronto: il volto di un luogo ferito
Tra i luoghi diventati simbolo del terremoto del 2016 c’è Arquata del Tronto, comune marchigiano in provincia di Ascoli Piceno.
Il sisma ne modificò profondamente il paesaggio. Edifici, strade e luoghi familiari furono distrutti o gravemente danneggiati, alterando l’immagine di un territorio e il rapporto della comunità con i propri spazi.
Ma quando cambia il volto di un luogo, ciò che rimane non appartiene soltanto alla sua dimensione fisica.
Rimangono le immagini, i racconti, le testimonianze e la memoria di ciò che quel luogo è stato.
Ed è proprio qui che l’arte può assumere un ruolo particolare: non ricostruire ciò che è andato perduto, ma conservarne e interpretarne la memoria.
Quando l’arte diventa memoria
Il rapporto tra arte e memoria attraversa la storia.
Gli artisti hanno raccontato guerre, catastrofi, trasformazioni sociali ed eventi collettivi non soltanto per documentarli, ma per restituirne una visione personale.
Un’opera non è necessariamente una cronaca.
Può fermare un’immagine, interpretare una ferita, trasformare un'esperienza collettiva in un linguaggio capace di attraversare il tempo.
Quando il soggetto è un luogo segnato da un evento traumatico, anche il paesaggio può cambiare significato. Non è più soltanto la rappresentazione di uno spazio: può diventare testimonianza, assenza, presenza e memoria.
È in questa prospettiva che possiamo osservare l’opera di Giuseppe Fuschi dedicata ad Arquata del Tronto.
Giuseppe Fuschi, “Il coraggio non trema, Arquata del Tronto”
“Il coraggio non trema, Arquata del Tronto” è un’opera di Giuseppe Fuschi dedicata a uno dei luoghi simbolo del sisma del 2016.
Attraverso il disegno, Fuschi fissa il volto ferito di Arquata del Tronto.
Il segno preciso, attraversato da una forte tensione emotiva, non cerca di attenuare ciò che è accaduto. Al contrario, porta lo sguardo su ciò che rimane.
Il borgo diventa così molto più di un soggetto paesaggistico: attraverso una visione personale, l’artista restituisce l’immagine di una storia collettiva.
Anche il titolo dell’opera introduce un elemento fondamentale.
“Il coraggio non trema”.
Al movimento incontrollabile della terra viene contrapposta una forma di resistenza che non coincide necessariamente con l’eroismo. È un coraggio silenzioso, una presenza che continua nonostante la ferita.
In questo senso, il disegno non cerca consolazione. Restituisce dignità a ciò che rimane.
L’opera, proveniente da collezione privata, porta così con sé il peso e la memoria di un momento che ha segnato profondamente la storia recente del Centro Italia.
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Dieci anni dopo, l’arte continua a ricordare
A dieci anni dal terremoto del 24 agosto 2016, ricordare significa tornare alle persone e ai luoghi che quella notte ha cambiato per sempre.
Ma significa anche osservare le tracce che un evento lascia nella cultura e nelle immagini.
“Il coraggio non trema, Arquata del Tronto” appartiene a questa dimensione della memoria: quella in cui un luogo non viene semplicemente rappresentato, ma continua a esistere attraverso lo sguardo di chi lo racconta.
Perché l’arte non può restituire ciò che è andato perduto.
Può però conservarne una traccia, trasformarla in testimonianza e continuare a interrogarci anche a distanza di anni.


